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La Riviera dei Ciclopi Stampa E-mail

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La Riviera dei Ciclopi, meta privilegiata del turismo balneare, si estende in un tratto di costa della Sicilia orientale che va da Catania ad Acireale, luogo reso famoso prima da Omero nell'Odissea poi dal Verga nei Malavoglia e ancora da Luchino Visconti che vi ambiento' il set del film La Terra Trema.

Il nome Riviera dei Ciclopi si rifa' a un episodio cantato dal mitico Omero nell'Odissea. Si tratta dell'episodio in cui Ulisse, per sfuggire al terribile Ciclope Polifemo, acceca il gigante del suo unico occhio con un dardo infuocato. Travolto dal dolore, il Ciclope scaglia contro la nave di Ulisse in fuga tre massi, che tutt'ora si trovano nel tratto di mare antistante Aci Trezza e prendono il nome di Faraglioni.

In realta’ i Faraglioni, cosi come L'isola Lachea, sono i resti di un unica massa sub vulcanica costituita da rocce a fessura colonnare originata dalla trasformazione, per effetto termico, delle argille sottomarine al contatto con la sottostante lava incandescente.

Riviera dei Ciclopi vuol dire anche storia, cultura, natura, arte, folklore e relax. Passeggiando lungo il lungomare dei ciclopi si può ammirare il meraviglioso e suggestivo panorama con l'isola Lachea e i Faraglioni.

Farsi rapire dal mare e dai luoghi che furono dei Malavoglia di Patron 'Ntoni, ammirare il castello normanno di Acicastello e alle spalle, come a proteggere tutto, il maestoso vulcano Etna di fronte al mare Jonio che s'infrange sulla tipica scogliera lavica, si gode insomma di uno dei panorami più suggestivi ed affascinanti di tutto il Mediterraneo.

Il porticciolo di Aci Trezza, invaso dal sole e punteggiato di barche variopinte tirate in secca, sembra ancora popolato dai personaggi di Verga, la Maruzza, Padron ‘Ntoni, La Mena, Bastianazzo con la sua barca la Provvidenza e da tutti gli altri Malavoglia. Qui infatti, lo scrittore catanese Giovanni Verga si ispirò per scrivere il suo capolavoro "I Malavoglia", che narra le vicende sfortunate di una famiglia di pescatori che lottano contro il destino avverso per risollevare le loro sorti dopo il naufragio della Provvidenza.

Ed e’ ancora ad Aci Trezza che Luchino Visconti decise di girare "La terra trema" (1948), rispettando l'ambientazione del romanzo verghiano da cui il film e' stato liberamente tratto.

Ancora una volta protagonista è una famiglia di pescatori che vivono nella poverta’. Il giovanè Ntoni Valastro cerca di ribellarsi allo sfruttamento dei grossisti ma il destino avverso sembra proprio scagliarsi contro i piu’ deboli e la famiglia Valastro si trova costretta ad ipotecare la casa per comperare una barca al fine di lavorare in proprio e lottare contro l'oppressione.

Un'eccezionale pesca di acciughe sembra aiutarli ma piu’ tardi una tempesta distrugge la barca. Costretti a vendere le acciughe ai grossisti ad un prezzo irrisorio, perdono la casa e la famiglia si disgrega tra una sciagura e l'altra. ‘Ntoni si rassegna così a lavorare per i grossisti anche se umiliato.

Il paese venne fondato ufficialmente alla fine del XVII secolo da Stefano Riggio Santo Stefano principe di Campofiorito (Pa), vicario del vicere’ Francesco Fernandez de La Cueva duca di Alburquerque nel 1669 per sfollare gli abitanti messi in pericolo dall'eruzione dell'Etna. La scelta del vicere’ non era casuale, essendo Stefano Riggio proprietario dal 1651 della città di Aci Sant'Antonio e San Filippo (comprendente gli odierni comuni di Aci Sant'Antonio, Aci Catena e Valverde).

Aci Trezza nasce quindi come scalo marittimo del feudo dei Riggio, dal quale sara’ separata (con Ficarazzi) solo il 15 settembre 1828 per essere accorpata ad Aci Castello.

Agli inizi del XVIII secolo conta circa 150 abitanti. Aci Trezza sara’ gestita da Stefano Riggio fino al 1678, quindi dal figlio Luigi Riggio Giuffre’ fino al 1680, da Stefano Riggio Saladino fino al 1704, quindi a Luigi Riggio Branciforte fino al 1757 che però preferì risiedere in Spagna e lasciare l'amministrazione del feudo allo zio Gioacchino Riggio. Infine Stefano Reggio Gravina fino al 1790 e Giuseppe Riggio Grugno fino al 1792, quando il feudo divenne libero. Giuseppe Riggio Grugno morirà poi a Palermo decapitato dalla folla in rivolta nel 1820, estinguendo la famiglia dei principi di Aci. 

  

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